Il primo modulo di “Poetica. Prevenire il burnout con l’arte”, dedicato alla Musica, si è concluso con grande intensità e partecipazione. A commentarlo sono le voci dei protagonisti, che testimoniano come l’esperienza abbia aperto spazi interiori inattesi e liberato energie creative.
È stato come un bagno purificatore in un lago di montagna. Un’acqua limpida, accarezzata da una piccola cascata che sussurra la musica della natura. Siamo entrati colmi di scorie, stanchezze da burnout, ritmi incalzanti, urgenze senza respiro, e ne siamo usciti più leggeri, attraversati da un senso di bellezza. L’esperienza del cantare insieme rappresenta la metafora di ciò che può essere un gruppo. Un modo creativo di stare insieme. Ma anche l’essere umano, in fondo, è un coro: corpo, organi, emozioni, anima, parti diverse che, se in armonia, generano musica. Così dovrebbe essere anche la sanità: un insieme che lavora all’unisono, libero da competizione e da mancanza di umiltà. Questa esperienza è il frutto di un lungo cammino, personale e professionale, dovrebbe essere donata ai più giovani, perché non vengano gettati nella professione dentro modalità che generano solo fatica e sofferenza.
Erano mesi, forse anni che sentivo un indecifrabile malessere, un sottile ma profondo disagio interiore, come una pesante gabbia dell’anima, che mi faceva sprofondare sempre più verso un non luogo, pieno di un nulla inconsistente e vuoto di vere emozioni e profonde connessioni…E poi ho visto, per caso, leggendo email distrattamente, il programma del corso “Poetica. Prevenire il Burnout con l’Arte”, evocativo ed attraente nei termini, ma un po’ indecifrabile ed indefinito nei contenuti… quasi a far sì che la mente non potesse impossessarsene, analizzandoli, sviscerandoli, senza avere alcun alibi per poi magari rifiutarli…Così un po’ distrattamente, un po’ inconsciamente, ho deciso di accettare la sfida di una voce interiore indecifrabile e mi sono iscritto. E così in questo luogo inconsueto rispetto agli infiniti e sfiniti convegni scientifici per anni sopportati, inizio questo viaggio a tratti un po’ volutamente sgangherato, con gente sconosciuta e un po’ curiosa, senza riuscire a capirne bene il senso… E qui sta il trucco, tenere fuori la mente, la critica, l’analisi, non seguire apparentemente un programma ben definito e tristemente strutturato, con i soliti ruoli intellettuali ben definiti, con i ritmi incalzanti di flussi di nozioni senza sosta. No, invece qui il tempo è lento, lo spazio è circolare, i ritmi non sono quelli pressanti della mente, non c’è niente da analizzare, da sviscerare, da memorizzare. Si abbassa sempre più il volume della mente razionale e del ragionamento e si cominciano a sentire dei ritmi, dei battiti, dei suoni, non delle voci, ma dei respiri, non delle parole, ma insiemi di note, non isolate, ma armonie di cuori sempre più in sintonia, sempre più vicini… E sconosciuti diventano voci di cori, braccia da stringere, lacrime da colmare. E allora mi rendo finalmente conto, che quello di cui avevo così bisogno, senza saperlo e che aspettavo di trovare era un lago… Si, perso dentro al flusso inarrestabile di un fiume in piena che scorre senza sosta, senza meta, senza senso, senza più riuscire a vedere nemmeno cosa c’è sulle sue sponde, avevo bisogno di arrivare al lago.
Dove finalmente il flusso si diluisce, rallenta, si trasforma. Diventa un flusso lento e circolare, dal quale puoi vedere con calma tutto quello che riempie le sue sponde, dove il tempo comincia a dilatarsi e senti riaffiorare di nuovo, finalmente il battito emozionante del tuo tempo interiore, del tuo cuore nascosto. E così il cerchio del lago, come un abbraccio, diventa una doppia spirale, una all’interno verso l’anima risvegliata e una all’esterno, verso l’infinito.